
La Leica M9 rappresenta l’acclamato ingresso della M nel mondo del full-frame digitale. Il suo sensore CCD da 18 megapixel, il classico design delle fotocamere a telemetro e la compatibilità con tutti gli obiettivi M danno vita a un sodalizio perfetto tra precisione analogica e innovazione digitale.
La Leica X1 racchiude in un formato compatto tutte la qualità di una DSLR. Grazie al sensore APS-C e all’obiettivo fisso Elmarit 24 mm f/2.8, regala immagini chiare e brillanti. Il design ridotto all’essenziale e il comando manuale ne fanno una perfetta Leica da viaggio.
La Leica S2 segna l’ingresso solenne nel mondo delle digitali a medio formato. Con 37,5 megapixel, obiettivi S di nuova concezione e l’operatività di una reflex digitale, riunisce in sé la precisione Leica e prestazioni eccezionali, per immagini professionali pensate per i massimi ingrandimenti.

Verso la fine degli anni 2000, il Leica Oskar Barnack Award diventa una prestigiosa vetrina per i reportage di tutto il mondo. Karin Rehn-Kaufmann, dal 2008 rappresentante generale delle gallerie Leica, porta a un livello professionale la giuria, la mostra e l’approccio curatoriale. Grazie al suo impegno, il LOBA acquista rilevanza espandendo la sua portata. In questo decennio vengono premiate serie che raccontano di tensioni sociali, cambiamenti culturali e dignità umana, tematiche che Leica e Rehn-Kaufmann puntano costantemente a mettere in luce.

Luc Delahaye
Luc Delahaye mostra la transizione in corso in Russia, tra disillusione post-sovietica e resilienza umana. Le sue composizioni di grande formato, pacate e silenziose, condensano momenti quotidiani in scene simboliche. In un tempo che vede la fotografia di reportage ridefinire sé stessa, proprio come accade alla Russia, Delahaye accosta, tra realtà e riflessione, l’accuratezza documentaristica alla fredda distanza dell’osservatore.

Bertrand Meunier
Con soggetti in bianco e nero di forte impatto, Meunier racconta una Cina in trasformazione con immagini rare. Al centro della narrazione il tramonto delle grandi città industriali cinesi, accompagnato soprattutto dalla nuova, dura realtà della vita dei lavoratori, che affrontano il loro destino con dignità.

Narelle Autio
Narelle Autio trasforma le spiagge australiane in spazi magici in cui luce, acqua, sabbia e persone si fondo gli uni negli altri. La sua serie riflette il desiderio di leggerezza e appartenenza che caratterizza i primi anni 2000. Colori, riflessi e movimento: le immagini di Autio celebrano il fragile equilibrio tra ambiente e gioia di vivere. Allo stesso tempo, l’artista si interroga sul significato di patria nell’era della globalizzazione.

Andrea Hoyer
Città, spiagge, spazi aperti: con la sua Leica M6, dal 1998 Andrea Hoyer viaggia tra i paesi post-sovietici. La sua serie cattura i ricordi delle persone e il silenzio tra le rovine. Ambienti silenziosi, architettura e corpi diventano parte di una composizione che racconta dell’identità, della perdita e della memoria, con grande serenità interiore e una vicinanza tangibile.

Peter Granser
Con humor raffinato e uno sguardo acuto, Peter Granser ritrae Coney Island, paradiso del tempo libero degli americani, come simbolo di una società che vive tra abbondanza e alienazione. La composizione limpida delle sue immagini mostra persone che giocano, aspettano, sognano, rivelando una superficie colorata ma fragile. Negli Stati Uniti dei primi anni 2000, subito dopo l’11 settembre, la serie appare come uno studio malinconico sul ritorno alla distrazione.

Guy Tillim
Guy Tillim documenta una Johannesburg post-apocalittica: una città che incarna contemporaneamente speranza e lacerazioni. I suoi scatti ritraggono abitanti, strade e facciate che, nonostante i segni di numerose cicatrici, sprigionano una nuova energia. Nel dibattito globale su disuguaglianza e trasformazione urbana, l’opera di Tillim rappresenta uno sguardo sincero e non patetico sull’Africa: vicino, rispettoso, privo di cliché.

Tomás Munita
Tomás Munita ritrae la vita in Afghanistan dopo la caduta dei talebani. Le sue immagini narrano storie di dignità e stanchezza e ritraggono un paese tra rinascita e distruzione. In un’epoca in cui le immagini di guerra spesso diventano simboli, Munita coglie gli istanti silenziosi nascosti nel mezzo, restituendo uno sguardo molto più eloquente della violenza. La sua serie sottolinea l’importanza dell’empatia nella fotografia delle crisi.

Julio Bittencourt
Nel grattacielo abbandonato “Prestes Maia” a San Paolo, Julio Bittencourt ritrae persone che si riprendono il proprio spazio e la propria dignità. Attraverso finestre e facciate, osserva la loro quotidianità ai margini della società, creando intimità tramite la distanza. Negli anni in cui il Brasile è travolto da tensioni sociali e crescenti disuguaglianze, la sua serie è un manifesto silenzioso a favore di una maggiore visibilità e di una comunità autentica.

Lucia Nimcová
Lucia Nimcová mostra la quotidianità della sua città natale in Slovacchia: donne, famiglie, case, tra ricordi e presente. Le sue fotografie sono un connubio di documentazione e messa in scena, realtà e memoria. Immagini che nascono in un periodo in cui l’Europa dell’est è oggetto di una nuova narrazione culturale, tra adattamento e identità. Nimcová trova la bellezza nell’incertezza, l’equilibrio nella sfera privata.

Mikhael Subotzky
Nella serie “Beaufort West”, Mikhael Subotzky analizza il tessuto sociale di una piccola città sudafricana: la prigione, il lavoro agricolo e una stazione di servizio. Persone che rimangono, nonostante tutto stia cambiando. Le sue immagini sono precise, analitiche, profondamente empatiche. In un mondo globalizzato e carico di disparità, la sua opera vuole essere una presa di coscienza, simbolo di una fotografia capace di andare oltre e vedere ciò che gli altri trascurano.

Continuo a credere che la fotografia, anche una singola immagine, possa cambiare il modo in cui le persone considerano i problemi.– Karin Rehn-Kaufmann